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TONI EGGER, L'ARRAMPICATORE LIBERO PURO

12 Settembre 1926;

2 Febbraio 1959.


33 anni in cui Toni Egger è riuscito a distinguersi, a passare alla storia, a farsi doverosamente riconoscere come uno dei migliori alpinisti del secondo dopoguerra, morto tragicamente mentre faceva ciò che più amava.


E' nato a Bolzano e dopo una manciata di anni si è trasferito con la famiglia in Austria. Qui, a soli 15 anni, si accorge dei luoghi che lo circondano, il fascino della montagna si è infiltrato nel suo animo avventuriero: giovanissimo, scala da solo un monte sulle Dolomiti di Lienz, senza pedule poiché non ne disponeva, solo con i calzettoni ai piedi! E scocca un’attrazione verso le montagne che non lo lascerà più.

Arrivai per la prima volta nelle Dolomiti e fui incantato dalla bellezza di quelle maestose montagne. Ho uno struggente desiderio di ritornarvi per dedicarmi ad escursioni più importanti’. È ciò che lascia scritto dopo aver percorso le vie dei contrabbandieri, in seguito alla seconda guerra mondiale, recandosi nelle Dolomiti di Sesto.

Le sue ascese sono degne di nota, per il rischio, la fatica e la rilevanza dei monti che ha scalato. Nelle Dolomiti ha aperto vie importanti, eppure, ciò che l’ha davvero reso un alpinista di spicco, è stata senza dubbio la sua velocità nelle arrampicate libere (talvolta furono record di poche ore), ma anche il suo essere eclettico, versatile: la sua scalata si adattava alla superficie, che fosse di granito, di dolomite o, in particolare, di ghiaccio.




Nel 1958 Cesare Maestri sta organizzando una spedizione presso il Cerro Torre, la più spettacolare montagna della Patagonia con il suo caratteristico cappuccio di ghiaccio.

Considerato anch’egli uno tra i più forti rocciatori dell’epoca, riceve l’offerta di Toni Egger che desidera unirsi all’impresa.

Così, due fuoriclasse partono insieme, verso la vetta del Cerro Torre, il 28 Gennaio 1959.

Il 3 Febbraio, pochi giorni dopo, Cesarino Fava ritrova fortunatamente Cesare Maestri semisepolto e semicosciente, nella neve. Cosa è accaduto in quei pochi giorni di cordata può raccontarlo solo lui: con tanta difficoltà si riesce ad immaginare due uomini intenti a scalare pareti pericolose, quasi verticali, pervasi da un freddo deciso e da venti sferzanti, impegnati a scavare ripari per la notte, accompagnati dalla fatica e dalla preoccupazione, ma allo stesso tempo dalla determinazione e dalla forza di chi ama ciò che fa. E non molla.

Toni è il maestro del ghiaccio, Cesare è l’esperto della roccia. Uniti in una straordinaria spedizione che li vede complici.

Cesare sosterrà sempre che sono giunti alla cima il 31 Gennaio 1959, hanno sventolato le bandiere e poi hanno pensato solo a scendere; la fatica ha rapidamente lasciato spazio all’inquietudine per la discesa. Dovevano agire in fretta, perché la temperatura aumentava sensibilmente, il vento caldo angosciava, la neve si scioglieva. Quella neve ghiacciata, che aveva permesso ai due alpinisti di arrampicare verso la meta piantando chiodi, stava scivolando via, lasciando scoperta e bagnata la roccia sottostante.

Il timore si è concretizzato in paura quando hanno iniziato a formarsi le prime, rumorose valanghe. Bisognava scendere, velocemente, e trovare un riparo per la notte, dove presumibilmente era faticoso riuscire a dormire per il frastuono del vento e delle slavine. E per la preoccupazione.

Nonostante le capacità dei due scalatori, condensate insieme in un comune progetto, Toni Egger è stato drammaticamente travolto da una frana.

E per Cesare Maestri, sopravvissuto e ritrovato tramortito, quella che doveva essere una grande impresa si è trasformata in un dolore sordo, e poi in un ricordo sofferto: ha perso il suo compagno di cordata. È ciò che non avrebbe mai voluto vivere.


Come se non bastasse, la tragica scalata è fortemente contestata nel mondo alpinistico poiché la frana travolse Toni Egger insieme alla macchina fotografica, l’unica cosa che avrebbe potuto documentare e testimoniare l’effettivo arrivo alla cima. La scalata Maestri-Egger viene quindi per decenni e tuttora, messa in dubbio.


I resti di Toni Egger rimasero per molti anni tristemente seppelliti dalla neve.

Nel 1974 una spedizione angloamericana sta attraversando il Ghiacciaio Torre quando trova alcuni resti del grande alpinista, insieme alla sua piccozza, al suo martello, al suo coltellino e alla sua corda. E finalmente, poco dopo, i resti sono stati degnamente sepolti dalla guida svizzera H.P. Trachsel ai piedi della parete occidentale del Fitz Roy (Patagonia).


A Toni Egger è stata dedicata la guglia nord del Cerro Torre, che prende il nome di Torre Egger.


E' stato un rocciatore, uno scalatore, un alpinista, un arrampicatore libero, un escursionista abile nel ghiaccio, una ''donnola'', ma soprattutto un uomo.

Morto mentre faceva ciò che più amava, nei luoghi che più amava: le montagne.





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