Mattia Miraglio: a piedi per il mondo

Mattia Miraglio: a piedi per il mondo.

Mattia Miraglio aveva un grande sogno, che solo i più tenaci avventurieri sarebbero riusciti a realizzare.

Da sempre amante dei viaggi, non ha mai gradito le cose “facili” e da questa combinazione insita nel suo essere è sbocciata la voglia di compiere un grande viaggio, in giro per il mondo…quasi interamente a piedi.

Ricorda  il momento in cui ha maturato la decisione di partire: era il 13 settembre del 2013 e sul balcone di casa sua ha scelto di dare contorno e concretezza a ciò che più che un desiderio, era  una necessità,  un bisogno di apprezzare la vita in modo autentico ed intenso, contando solo sulle proprie forze, sul proprio corpo, sulla propria mente e fidandosi del proprio istinto.

L’idea era quella di calpestare il suolo di tutti i continenti riducendo al minimo gli spostamenti con i mezzi artificiali, prevedendo di servirsi solo delle navi per attraversare i mari e gli oceani.

Stimò di percorrere 50.000 km in pochi anni.

E così il 19 aprile 2014, partì da Savigliano, in Piemonte, dopo 7 mesi di preparazione fisica.

Si allenò con la corsa, facendo lunghe camminate, macinando giornalmente moltissimi chilometri. Iniziò la sua grande impresa dirigendosi verso Nord, spingendo un passeggino da jogging Chariot Cx1 dal peso di 40 kg.

Cosa conteneva il bagaglio di un viaggiatore come lui?

L’essenziale: cibo, una tenda 4 stagioni, un sacco a pelo, pentole leggere, pochi indumenti, kit di sopravvivenza e di pronto soccorso e attrezzature tecnologiche come smartphone e GPS.

Nulla di più. Un viaggiatore, viaggia leggero.

I suoi piedi toccarono la terra di tantissimi Paesi, i suoi occhi videro città e paesaggi meravigliosi, il suo vissuto si arricchì della cultura di altri popoli e la sua anima si nutrì di incontri ed esperienze.

Regali che il mondo dona a chi sa osare.

Si spostò a piedi, pur prevedendo fatiche e difficoltà, perché la motivazione che lo spingeva era solida: contrastare la velocità con la quale si corre oggi, per assaporare la lentezza degli spostamenti, per godersi l’impegno del tragitto e non soltanto la gioia dei traguardi, per poter accorgersi dei dettagli che altrimenti sarebbero sfuggiti.

Si tratta di un’avventura che durò anni, grande come il mondo, una sfida contenente altre sfide. Pensiamo ad esempio alle condizioni meteorologiche, alla burocrazia, ai requisiti fisici, alla situazione economica e alla situazione politica dei Paesi. Il problema della lingua invece, non fu considerata come tale, poiché ci si poteva comprendere anche a gesti. 

Serviva però preventivare imprevisti, senza sapere quanti né quali. Serviva avere uno stato d’animo aperto ai colpi di scena. Serviva sapersi adattare,  ad ogni luogo e a qualsiasi situazione. Serviva avere la capacità di improvvisare.

Ogni giorno è un’avventura, che può riservare soddisfazioni o difficoltà.

E di ostacoli superati da Mattia se ne possono raccontare: disguidi ai confini, lo smarrimento (o furto) del passaporto nei pressi di Zagabria, il furto dello smartphone in Indonesia, condizioni climatiche sfavorevoli, dalle temperature torride e umide a situazioni atmosferiche pericolose. Imprevisti insomma, che ha affrontato  con le sue forze.

Quando si trovava in Iran venne operato al ginocchio, che iniziò a gonfiarsi e a fargli male. In quell’occasione, una famiglia iraniana lo ospitò per oltre un mese, vicenda che sottolinea l’accoglienza di quel popolo.

In Armenia fu colto da un fortissimo vento e da un potente temporale mentre campeggiava a 2400m. Ricorda la paura, ma anche la percezione di sentirsi più forte di prima, una volta terminata la minaccia.

L’Australia, con il suo deserto di Outback, la racconta come un’impresa nell’impresa: 3100 km percorsi in settimane e settimane di solitudine. Un’esperienza che tempra, che cambia, e che quando si conclude, lascia in memoria la felicità per avercela fatta, la consapevolezza e la soddisfazione di essere riusciti a vivere con il niente.

È lì che ha trascorso le notti più belle della sua vita, sotto il cielo stellato, immerso nel silenzio.

Mattia Miraglio, per sopravvivere nei luoghi critici, ha studiato. Sebbene il suo viaggio non sia stato completamente pianificato, lasciando che molte cose semplicemente accadessero, specifica che tutto deve essere affrontato “con la testa”, con la saggezza e con la giusta prudenza. Informandosi, leggendo, studiando, ha fronteggiato le complessità nel momento esatto in cui si palesavano. È bene anche saper attraversare con coscienza le zone pericolose, sapendosi comportare in presenza di risaputi rischi e pericoli.

Quando arrivò in Nuova Zelanda, esattamente dall’altra parte del mondo rispetto al luogo da cui era partito, camminò per circa 12.000 km in 18 mesi.

Ed è qui che decise di tornare in Italia; gli serviva del tempo per organizzare il resto del viaggio, per recuperare denaro, per dedicarsi alla sua famiglia.

Aveva vissuto così tanto in termini di esperienza, che sentì la voglia di condividere ciò che lo aveva arricchito. È così che pubblicò il suo libro ed  è così che le sue foto e i suoi video vennero divulgati sul web.

Iniziarono ad esserci le prime collaborazioni con i brand e i primi ricavi da YouTube, e  la sua passione si trasformò in una possibilità di guadagno.

Nonostante ciò, in viaggio, riuscì a spendere pochissimi euro al giorno, tra i 10 e i 20, contando sull’ospitalità delle persone, sulla sua tenda e sugli ostelli, i quali potevano anche garantire una notte gratuita e qualcosa da mangiare in cambio di lavori all’interno della struttura.

Ecco quindi che Mattia Miraglio ripartì con il suo passeggino (nuovo, marca Thule, tecnico e resistente), continuando a destare la curiosità di chi incontrava, e lo fece nel maggio del 2017, quando si diresse verso l’America.

L’Oregon lo colpì particolarmente, anzi, lo definì come uno degli stati più belli.

Ma anche in questa parte di viaggio non mancarono le decisioni importanti: il dolore al ginocchio apparve in California, ma è a Los Angeles che si convinse di tornare in Italia per operarsi.

A quel punto, aveva percorso circa 18.000 km e bisognava proseguire con un valido compromesso. Il viaggio doveva essere completato, sempre contando sulla propria forza fisica, perciò nacque l’idea della bicicletta.

Nel maggio del 2018 tornò a Los Angeles continuando da dove aveva interrotto, diventando un cicloviaggiatore: la sua bicicletta Hedera non lo deluse, aveva un telaio leggero e resistente. Dispose il suo equipaggiamento nei portapacchi imparando a bilanciare correttamente il peso, e partì. I suoi muscoli, abituati a camminare, si dovettero adattare al nuovo stile di viaggio, ma il suo itinerario avanzò con successo.

Di questa parte di viaggio, ricorda la pericolosità delle strade del Messico, trafficate e cariche di smog.

Forò le ruote, ma solamente due volte in 2000 km; d’altra parte è un rischio difficile da schivare, soprattutto quando si transita in zone fuori strada, piene di spine e piante grasse.

Eppure, ogni fatica fu smorzata dall’entusiasmo, dalla carica che assorbiva da questa grande avventura, da ciò che vedeva, da ciò che viveva.

Imparare a conoscere il mondo, in solitudine, insegna a conoscere sè stessi e a volersi bene. Aiuta a guardare le cose da altre prospettive, a dare una dimensione diversa ai problemi, apre la mente. Dilata il tempo, accorcia lo spazio. Avvicina ai popoli, ai paesaggi meravigliosi, al proprio io. Cambia la vita.  Lui stesso racconta che una volta a casa, faticò parecchio a riadattarsi alle comodità: l’appartamento era troppo “chiuso”, le finestre dovevano stare aperte anche di notte, talmente era abituato agli spazi aperti.

Un viaggiatore come lui, visita luoghi e incontra persone, intreccia rapporti che possono essere tanto brevi quanto intensi. Con una persona che si sa che non si rivedrà più, ci si può consentire di essere chi si è davvero.

Per questi e tutti gli altri motivi, si sente di consigliare a tutti un lungo viaggio, dove si vive con poco, a contatto con se stessi e con la natura, accogliendo a braccia aperte ciò che il destino offre lungo la strada.

È il mondo stesso che diventa una scuola di vita.

“Non si è mai veramente soli, la terra parla in continuazione, se uno è disposto ad ascoltarla”.

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