Carlo Taglia: il vagamondo

Carlo Taglia: il Vagamondo.

Un’altra storia tutta italiana, un altro solitario giro del mondo, compiuto solo con le proprie gambe. Senza mai servirsi di alcun mezzo, per rendersi davvero conto dell’estensione della Terra.

Questa è la storia di Carlo Taglia, classe 1985, torinese, che ha scelto di intraprendere un’avventura che gli ha letteralmente cambiato la vita: attraversare 24 Paesi in 528 giorni solamente con l’ausilio delle proprie gambe.

Una persona curiosa, profonda ed interessante. Un ragazzo che si è discostato dalla normalità e che da sempre ama il contatto con la gente.

Le sue prime esperienze all’estero sono state determinanti per la sua successiva scelta di vita: in giovane età si diresse verso il Sud della Spagna, poi in Pakistan, tra la gente terremotata che in quegli anni viveva in povertà, lavorando come cooperante umano ed infine si spinse ancora più in là, in Australia.

Durante questi suoi primi spostamenti, contemplò per la prima volta il fascino del Paese nuovo, assaporando il gusto della libertà, maturando davvero il desiderio di viaggiare nella vita, per conoscere il mondo, per vederlo, per incrociarsi con i popoli. È questo che voleva dalla vita.

E infatti, quando ancora una volta tornò a Torino, capì che non era la statica vita d’ufficio quella che lui ricercava. Aveva sete di scoperta, di incontri, di libertà. Di viaggio non tradizionale, di sana solitudine, in giro per il mondo.

Capì che la felicità non gliel’avrebbe concessa la società consumistica.

Così si licenziò, lasciò quell’esistenza preconfezionata e irrigidita da schemi materialistici e l’8 Ottobre 2011 iniziò il suo viaggio lungo quasi 100.000km.

Con i piedi per terra.

Nepal, India, Sri Laka, Malesia, Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam, Cina, Corea del Sud, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina, Brasile, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Polonia, Ucraina, Russia.

Con un solo bagaglio di 12 kg, superò il duro inverno della Siberia e la torrida estate del Sud America, lasciandosi trasportare dal suo desiderio di evasione, seguendo soltanto i consigli della gente del posto, comunicando con i gesti, nonostante Carlo fosse sempre predisposto ad imparare nuove lingue.

Viaggiò non come spettatore, ma come cittadino del mondo. Come colui che si immerge nella realtà e nelle culture dei Paesi e che attraversa le diverse terre a piedi, in autobus, su mercantili, senza mai salire su un aereo. Questo gli permise di frequentare luoghi e praticare spostamenti non turistici, vivendo così una grande avventura.

Certo, è interessante visitare i musei e conoscere le mete più frequentate, ma è la gente del luogo che trasmette il patrimonio più prezioso di conoscenze.

Carlo Taglia trovò nelle altre culture, quei valori che oggi sono ricoperti da una coltre di materialismo e che, per questo, fatichiamo a scorgere. Il viaggio colmò in questo modo, quei vuoti che percepiva nel suo stile di vita precedente.

In più, è riuscito ad ispirare molti altri giovani che dopo di lui, hanno coltivato e realizzato lo stesso sogno: lui per primo, ha raccontato la sua storia di giramondo su un blog.

Quando fece ritorno, pubblicò il suo primo libro “Vagamondo, il giro del mondo senza aerei”, un libro autobiografico che ha avuto un successo straordinario: è tra i libri più richiesti dell’anno su Amazon, e ancora oggi molto voluto.

Avendo constatato l’interesse delle persone sull’argomento, poco dopo pubblicò un manuale per coloro che desiderano viaggiare da soli “La fabbrica del viaggio”.

Le case editrici si sono inevitabilmente interessate a lui, ma Carlo Taglia rifiutò qualsiasi collaborazione: voleva vivere libero. Concepiva il viaggio come una terapia, e non voleva che diventasse una scalata verso il successo. Il suo libro perciò, restò eccezionalmente ideato, progettato, scritto e pubblicato interamente da lui.

Carlo, ad un certo punto della sua vita, capì che avrebbe dovuto lasciare tutto per ritrovare sé stesso e questa esplorazione del mondo fu la vera cura per la sua anima dopo un tormento interiore.

Per cinque o sei mesi all’anno vive, ancora oggi, nel suo furgoncino con il quale si muove, diretto verso mete sconosciute, sempre a contatto con la gente e con la natura.

Il viaggio non è mai solo spostamento fisico, ma anche scoperta introspettiva, perché più si conosce il mondo fuori e più ci si comprende interiormente, da soli e grazie all’incontro con l’altro; l’India, ad esempio, è un luogo che gli ha dato tanto, lo ricorda come il posto del cuore, grazie anche ai santoni, ai monaci e agli sciamani che gli hanno trasmesso importanti insegnamenti. Motivo per cui è tornato, aprendo anche un’attività.

Per tutte queste ragioni, non è più riuscito a concepire per sé stesso una realtà diversa da quella del viaggiatore.

Quella di un viaggiatore straordinario, che guarda il mondo con gli occhi dell’anima. Parliamo di un ragazzo che ha scelto di rinunciare volentieri alle comodità della vita di città per girovagare sul pianeta, per conoscere più Paesi possibili, per vivere più vite possibili, nonostante difficoltà e disagi. Ma sono proprio le difficoltà che fanno crescere. È il cambiamento il motore della vita vissuta, è la capacità di adattamento ciò che lo stimola.

Ma è importante raccontare un magico incontro che cambiò la vita di Marco per sempre: quello con Christina, una ragazza che abitava in un paesino agricolo senza nome all’interno della foresta svedese. È lei che gli fece prendere la decisione di fermarsi e di stabilirsi lì, per vivere con lei.

Ma prima di farlo, avrebbe dovuto concludere un importante progetto: il viaggio in Africa partendo dal Nord Europa. Un’ avventura lunga 36.000km. Un viaggio a cui dedicherà un altro libro: “Vagamondo 4.0”.

“Non c’è viaggio senza ritorno.”

“È importante il ritorno per capire quanto si è cambiati dentro.”

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